Nessuno

23 03 2009

Io ho un amico; lui è Nessuno.

Nessuno vive nel territorio di Nulla.

Nel Nulla tutti sono Nessuno, ma non è un problema; nel Nulla non c’è nessun problema.

Tutti i Nessuno di Nulla hanno un lavoro qualificato: tutti esperti di Niente.

Nel Nulla, Niente tiene occupati tutti; tutti i Nessuno.

La giornata di Nessuno comincia con una colazione veloce, molto veloce, soprattutto considerando che è fatta di Poco; nel Nulla non esistono tanti cibi: nel Nulla si mangia unicamente Poco.

Quando è ora, Nessuno va al lavoro: tutto il giorno a fare Niente.

Fare Niente è impegnativo e crea stanchezza e disagio sociale, quindi Nessuno, dopo il lavoro, si dedica al proprio passatempo preferito: la Tivù.

La Tivù è una manna per gli abitanti di Nulla: senza la Tivù, Nessuno si annoierebbe.

Vivere nel Nulla è una scelta, e Nessuno è felice.

Già il solo fatto d’essere bravo in Niente, rende Nessuno fiero di sé.

E poi c’è la Tivù…

È stato proprio grazie alla Tivù che io ho conosciuto Nessuno: me ne stavo seduto comodamente sul mio divano guardando la Tivù (perché la Tivù è ovunque, non solo nel Nulla), ed ho visto un programma che parlava del Nulla. Vedere il Nulla in Tivù, sentir parlare di Poco e di Niente, mi ha fatto venire voglia di conoscere Nessuno.

Così ho spedito una cartolina a Nessuno, ma siccome nel Nulla sono tutti Nessuno, il postino ha portato una cartolina ad ogni Nessuno del Nulla. Essì, infatti nel Nulla, esiste un solo indirizzo: via Qualunque n°0, Nulla.

Il vantaggio del Nulla, è che se conosci Nessuno allora conosci tutti; tutti i Nessuno del Nulla. Questo facilita molto la vita nel Nulla, e ne fa una comunità modello; infatti, quando succede qualcosa di grave, si può stare certi che è colpa di Nessuno, così si trova subito il colpevole, ovvero Nessuno.

Anche il fatto che Nessuno sia impiegato in Niente è un vantaggio, perché Nessuno fa Niente, quindi il problema del lavoro non esiste.

Nel Nulla non esistono i problemi che ci sono nel resto del mondo; per esempio, la fame nel Nulla è stata sconfitta con Poco; siccome nel Nulla Nessuno mangia Poco, e nel Nulla c’è abbastanza Poco per Nessuno, allora il problema della fame non esiste.

Nemmeno la guerra è un problema nel Nulla: infatti, nel Nulla, nessuno odia Nessuno, anche se Nessuno ama nessuno; in ogni caso, anche se nel Nulla scoppiasse una guerra, Nessuno sparerebbe a Nessuno, e Nessuno rimarrebbe ferito… Ma questo accadrebbe nel Nulla, quindi sarebbe un problema di Nessuno.

Insomma, vivere nel Nulla è una pacchia: si mangia Poco, ci si dedica a Niente e si è Nessuno.

Vivere nel Nulla è una scelta che Nessuno ha fatto, ed è tutto merito della Tivù.

IMALATIDIMENTE





Considerazioni primaverili miste sulla socialità dei Primati bastardi incivili, in brodo di perdita di tempo.

18 03 2009

Rallento, freno, mi fermo.

Lunga coda di mezzi sulla strada.

Attesa di qualche minuto, fino alla conclusione che l’attesa sarà lunga. Spengo il motore.

Incidente. Capita.

Canto di sirena alle mie spalle, e passa la Municipale. Incidente con guai.

Silenzio.

Ancora canto di sirena alle mie spalle: ambulanza. Incidente con ferito.

Silenzio.

Lunga coda di mezzi; i rotti sono a terra; gli interi sono sui mezzi.

Dietro di me due camionisti scesi sulla strada, si scambiano parole amichevoli.

Più avanti stessa scena.

La consapevolezza che l’attesa sarà lunga, ha stimolato il popolo della strada a dedicarsi una pausa aggregante.

La consapevolezza che l’incidente è grave, ha stimolato il neurone “rialtivì”, e tutti cercano morbosamente di scorgere qualcosa del sinistro. Ma forse non è mancino.

Davanti a me il pulmino dei disabili fa inversione e si dilegua per altre vie. Agilità da disabile.

Io aspetto.

Lo so che sto perdendo tempo, che potrei girarmi anch’io e cambiare strada, ma questo sconosciuto silenzio che galleggia sulla strada, mi affascina. Gli occhi vedono le rughe dell’asfalto, anche quelle piccole, l’erba di marzo oltre la linea bianca che dondola ad un vento che, per una volta, non è la scia turbolenta di una macchina; un fazzoletto usato, un pacchetto di Camel accartocciato, carta di caramelle, pacchetto di sigarette, ancora pacchetto di sigarette, lattina schiacciata… Ad occhio e croce direi che i rifiuti da tabagismo prevalgono sul campo. Vittoria per loro.

Tra un pensiero e l’altro mi viene voglia di sdraiarmi proprio lì, sulla strada, al sole, nel vento di primavera, in un posto dove normalmente non mi fermerei nemmeno a pisciare.

Un ultimo sguardo al piacevole salottino che si è creato a bordo strada, tra camionisti panciuti ed in ciabatte e personaggi che solitamente s’attaccano al clacson strillando cose che hanno un ché di religioso e trascendentale.

Ecco come un incidente con feriti, trasforma una mandria di Primati rabbiosi in un dolce capannello modello “tèdellecinque”. Aaah, l’evoluzione…

Appallottolo questa mielosa cartolina che mi si para davanti agli occhi, e la butto tra l’erbetta fresca; giro la macchina e, dando fondo all’acceleratore, riparto verso nuove strade battute dai soliti bastardi incivili.

Il dolore dei singoli genera la serenità delle masse.

Ma se Gesù bambino l’avesse saputo, si sarebbe fatto divorare dal bue e l’asinello…

IMALATIDIMENTE





Un iverso in finito

5 03 2009

Cosa sarebbe accaduto se avessi fatto quella cosa, se avessi detto quella frase, se avessi salutato quella persona, attraversato quella strada, aperto quella porta, mangiato quella peperonata?

Inciampo quasi per caso nell’Interpretazione a molti mondi, ovvero una cosa della fisica quantistica, e quindi uno di quei concetti che ai più risulta di un’utilità pari al far correre un cane in un percorso ad ostacoli.

Mi faccio una ricerca veloce per capirne di più, ma ben presto devo fare i conti con l’interpretazione di Copenhagen, il collasso quantistico, l’equazione di Schrödinger, la decoerenza quantistica, ed un sacco di altre cose difficili da spiegare ma di grande effetto se sei a cena con una bionda.

Per dirla in poche e semplici parole, la teoria dei molti mondi dice che esistono infiniti universi paralleli, in cui vivono infinite copie di noi stessi, che vivono infinite versioni di una vita che si differenzia per le scelte fatte e per le conseguenti conseguenze. Chiaro no?

Prendo l’ombrello ed esco. Perché l’ombrello? Perché non si può sapere se in questo universo oggi pioverà.

Arrivo alle strisce pedonali e mi fermo; decido di fare una prova: faccio due passi indietro e mi siedo sul muretto di cinta, ed osservo; un mio alterego è ancora in piedi davanti alle strisce pedonali che pensa: l’universo ha iniziato a ramificarsi nei molti mondi. Decido di attraversare: mentre un me stesso rimane fermo a pensare, un altro me stesso attraversa sulle strisce; fischio di gomme, frenata: il me stesso che sta attraversando, fa un balzo indietro e schiva la macchina, mentre un altro me stesso non fa in tempo e viene steso; tutto sotto gli occhi del me stesso rimasto fermo a pensare, e sotto i miei, che mi sono seduto sul muretto ad osservare.

Questo è un piccolo esempio di molti mondi generati dall’infinita ramificazione dell’universo.

Suppongo che se potessi vedere la sovrapposizione di tutti gli universi, vedrei un mondo affollato di infiniti me stessi che farebbero infinite cose con infiniti altri sé stessi.

Tutto ciò è troppo infinitamente infinito per me; almeno per il me stesso di questo universo.

Ora che ci sono tutti questi “me stessi”, devo fare qualcosa per riaffermarmi come entità originale, l’unico, il vero, l’irripetibile; mentre cerco una soluzione compatibile con ogni infinito universo, ecco che dal vicino albero si stacca un grosso ramo cha cade sugli altri due “me stessi”. Soluzione inattesa ma provvidenziale; beata fisica newtoniana: semplice e diretta.

Pieno della mia unicità e soddisfatto dell’esperimento quantistico, stacco il culo dal muretto e me ne ritorno verso casa, senza ombrello, perché non credo proprio che oggi pioverà; almeno non in questo universo.

IMALATIDIMENTE