Era tanto che volevo chiamarti…

30 12 2009

L’autobus è in ritardo; le cose non vanno come dovrebbero; potrei dire che va male, ma non mi lamento.
Le strisce pedonali attendono parallele il proprio turno, nel pieno diritto di alternarsi al sole.
Il semaforo manifesta silenzioso la propria autorità, ma si sottomette al canto della sirena che sfreccia ululante.
Riattacco il telefono, sospiro, ed arriva l’autobus.

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Per un fisiologico effetto tonico-adattogeno

27 12 2009

La cameriera sceglie i suoi passi come un gatto sul filo per stendere la biancheria, in bilico tra palazzi tesi verso il cielo e precipitati sull’asfalto di una città assordata dal silenzio di parole sciolte dal guinzaglio del pensiero, in continuo pericolo di caduta imminente, come la pioggia di Maggio.
La cameriera scivola tra i clienti come uno sguardo in cerca di un bersaglio, puntando la fine del percorso con inarrestabile determinazione, coi capelli agitati dal vento di un cielo che sfugge lontano, in alto, mentre lei cade in un salto, seguendo il percorso scelto dal suo sguardo che scivola tra i clienti.
E quando arriva mi regala felicità in pillole, ricordandomi che tutto ha un prezzo…

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Nuovo libro in arrivo

16 12 2009

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Cosa succede se l’inizio si rivela essere la fine, se la fine è solo l’inizio, se tutto il mondo che credevi essere vero si dimostra una mera scenografia di un teatro in cui sei l’unico attore di una commedia tragicomica chiamata vita, in cui anche la morte sembra essere una finzione?

Cosa succede quando il tuo mondo grigio fatto di traffico, strisce pedonali, pubblicità e televisioni che dettano le regole di un’esistenza fatta di certezze, viene attraversato dal sospetto che forse tutto esiste solo dentro di te, e che forse tu non esisti davvero in questo mondo?

La storia quasi vera di un uomo qualunque in una qualunque città senza tempo, che si ritrova a vagare nelle proprie psicosi, fobie e visionari sospetti, isolato in un mondo interiore il cui unico colore è il biondo dei capelli di una sconosciuta, unica vera interlocutrice di un’esistenza silenziosa, che condurrà all’urgenza di rovesciare il corso di una vita mai vissuta veramente, tingendo la logica di allucinazioni colorate, capaci di tracciare il percorso che scivola verso una fine che sa di inizio, un inizio che sembra fine, riportando tutto a zero.





Un iverso in finito

5 03 2009

Cosa sarebbe accaduto se avessi fatto quella cosa, se avessi detto quella frase, se avessi salutato quella persona, attraversato quella strada, aperto quella porta, mangiato quella peperonata?

Inciampo quasi per caso nell’Interpretazione a molti mondi, ovvero una cosa della fisica quantistica, e quindi uno di quei concetti che ai più risulta di un’utilità pari al far correre un cane in un percorso ad ostacoli.

Mi faccio una ricerca veloce per capirne di più, ma ben presto devo fare i conti con l’interpretazione di Copenhagen, il collasso quantistico, l’equazione di Schrödinger, la decoerenza quantistica, ed un sacco di altre cose difficili da spiegare ma di grande effetto se sei a cena con una bionda.

Per dirla in poche e semplici parole, la teoria dei molti mondi dice che esistono infiniti universi paralleli, in cui vivono infinite copie di noi stessi, che vivono infinite versioni di una vita che si differenzia per le scelte fatte e per le conseguenti conseguenze. Chiaro no?

Prendo l’ombrello ed esco. Perché l’ombrello? Perché non si può sapere se in questo universo oggi pioverà.

Arrivo alle strisce pedonali e mi fermo; decido di fare una prova: faccio due passi indietro e mi siedo sul muretto di cinta, ed osservo; un mio alterego è ancora in piedi davanti alle strisce pedonali che pensa: l’universo ha iniziato a ramificarsi nei molti mondi. Decido di attraversare: mentre un me stesso rimane fermo a pensare, un altro me stesso attraversa sulle strisce; fischio di gomme, frenata: il me stesso che sta attraversando, fa un balzo indietro e schiva la macchina, mentre un altro me stesso non fa in tempo e viene steso; tutto sotto gli occhi del me stesso rimasto fermo a pensare, e sotto i miei, che mi sono seduto sul muretto ad osservare.

Questo è un piccolo esempio di molti mondi generati dall’infinita ramificazione dell’universo.

Suppongo che se potessi vedere la sovrapposizione di tutti gli universi, vedrei un mondo affollato di infiniti me stessi che farebbero infinite cose con infiniti altri sé stessi.

Tutto ciò è troppo infinitamente infinito per me; almeno per il me stesso di questo universo.

Ora che ci sono tutti questi “me stessi”, devo fare qualcosa per riaffermarmi come entità originale, l’unico, il vero, l’irripetibile; mentre cerco una soluzione compatibile con ogni infinito universo, ecco che dal vicino albero si stacca un grosso ramo cha cade sugli altri due “me stessi”. Soluzione inattesa ma provvidenziale; beata fisica newtoniana: semplice e diretta.

Pieno della mia unicità e soddisfatto dell’esperimento quantistico, stacco il culo dal muretto e me ne ritorno verso casa, senza ombrello, perché non credo proprio che oggi pioverà; almeno non in questo universo.

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Breve considerazione sulla necessità di fare la spesa con la carta di credito; ovvero mondomoderno.

25 02 2009

Fuori c’è il sole.

Dentro no. Accendo la luce.

Cassonetti appiccicosi. Traffico. Cartelloni pubblicitari. Pedoni indifferenti nell’indifferenza dei pedoni. E sole. Ma freddo. Di febbraio. L’occhio forza una finestra; è violazione di proprietà privata se guardo in una casa dalla finestra? È violazione della privacy? È una violazione?

Salotto con tivù. Nella tivù qualcosa tipo il Grande Fratello. Sul divano la piccola sorella. Lei lo guarda. È una violazione?

Sul tetto c’è l’antenna e sull’antenna c’è un piccione e sul piccione…sul piccione non c’è niente. Il Grande Fratello arriva alla piccola sorella attraverso un piccione…

Che mondo di merda; c’è così tanta roba di cui lamentarsi che non ci si può più nemmeno lamentare. Questa è una violazione.

Al supermercato compro le merendine; quando hanno smesso di mettere le sorprese nelle merendine? La mia generazione è cresciuta con le sorprese delle merendine… E si vede.

Sulla parete di un grande palazzo c’è una grande pubblicità; non mi sono mai piaciute molto le pubblicità, quindi giro pagina e passo al palazzo successivo. Erano più comodi i giornali di carta.

Semaforo rosso. Macchina bianca, macchina blu, taxi, furgone bianco, scooter, taxi, scooter, scooter, taxi dietro lo scooter, macchina rossa, scooter, taxi sullo scooter. Ambulanza.

Dove andremo a finire? Pronto? Pron…mi senti? Ho detto: dove andremo a finire? Pronto? Pronto?!…

Batteria scarica. Ho finito il credito. Ti mando un messaggino. No, fammi uno squillo. Ti mando un fax. Un fax?! No, mandami una mail. Ti chiedo l’amicizia su Feisbuc. Su che?! Ok, ti mando un messaggino. Sì, ma prima fammi uno squillo. Come hai detto che ti chiami?…

Il sole cala. Il piccione è sempre sull’antenna. Il Grande Fratello è ancora in tivù. Le sorprese non sono più nelle merendine. Le pubblicità sono sui muri e gli scooter sono all’ospedale. E non ci si può lamentare di nulla, perché c’è un sacco di roba di cui lamentarsi.

Spengo la luce.

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