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Ultimatum

Sentire le mani addosso del mondo che tasta le tasche in cerca di gioia altrui da predare, di rabbia da schiacciare, di dolore da succhiare, produce reazione stizzosa convulsa di mani contratte che stringon contratti di fiducia tradita strizzata e spremuta, lasciata cadere su strade battute da puttane dell’amicizia facile, gratuita come la morte, sporca come la vita di chi tradisce e manca di rispetto al tranquillo viandante di un mondo imperfetto solcata da navi di laidi e presunti amici.
Non mi toccare, non mi guardare, non mi parlare, ascoltare, chiamare, pregare, amare.
L’unica cosa che devi fare è PENSARE!
E questa è l’ultima volta che te lo dico, uomo.
IMALATIDIMENTE

Da un altro mondo

Viviamo in un mondo complesso, fatto di cose quotidiane e particolari straordinari, zeppo di cose che sfuggono, veloce come l’acqua dello sciacquone, apparentemente immobile ed inerte come un cactus sotto il sole.
Se venissi da un altro mondo, se questo mondo ti fosse sconosciuto, se lo vedessi con occhi estranei, cosa penseresti? Cosa racconteresti al tuo ritorno? Cosa ti porteresti via e cosa cambieresti? Se la tua mente fosse un altro mondo, quanto ti sentiresti alieno?

Figlianza

Urge coscienza del fatto che la riproduzione è lo scopo ultimo.

Scopo non a caso (scelta del fine che giustifica l’atto).

Figli: prolungamento temporale in forma treddì di noistessi; la solita illusione che sia possibile fottere la morte è dietro l’angolo. D’altro canto, fottere la morte non produrrebbe risultati vitali.

Repulsione diffusa e dilagante verso progenie e giocattoli sparsi per casa, ma alla fine tutti si trovano a fare i conti con la data di scadenza, la propria, quella che imprime moto rotativo ondulante al pensiero che “fare figli forse non è poi tanto male”. Autoconvincimento per la continuità della specie. Chi non ci casca sarà selezionato all’atto del trapasso (in compenso potrà spendere tutti i propri risparmi senza preoccuparsi di lasciare un’eredità).

I figli sono il diminutivo di noistessi.

Ed io odio i diminutivi!

Malgrado tutto ciò, la vita continua, nella sua assurda ed inaspettata manifestazione umana, tra blogger che minacciano di figliare, e lettori di blogger che figliano e basta.

I più convinti oppositori si faranno un nodo alle gonadi; poi, un giorno sentiranno dire che, secondo i Maya, il mondo finirà nel 2012…E vuoi che davanti alla prospettiva di un domani inesistente pieno di assenza di conseguenze, non si facciano una bella scopata?!

Viviamo tutti nell’attesa di vedere la loro faccia a capodanno 2013…

Saluti e gameti per tutti!

*: da uno scambio con SunOfYork

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Volevamo un mondo diverso

E vaglielo a spiegare al mondo dei “grandi” che noi si vive diverso perché sono altri tempi, perché non c’è più il dopoguerra con la fame e la miseria, non c’è più il boom economico che si fanno due lavori per quattro lire da mettere da parte, così poi ti compri la macchina, la casa, ti fai la famiglia, ti sistemi per la vita in attesa del riposo e la pensione, per i figli, per un mondo migliore, perché “loro non devono passare quello che ho passato io”

E vaglielo a spiegare al mondo dei “grandi” che noi viviamo in un modo diverso perché abbiamo un diverso mondo, perché la guerra c’è tutti i giorni, nelle strade, al lavoro, in tivù, sui giornali, nelle case, nella testa e nelle mani, che il boom economico s’è consumato come una candela, e adesso che tutti abbiamo studiato “per avere più possibilità”, ci ritroviamo a lavorare nei call center, a fare i camerieri, i saldatori, i maledetti disoccupatilaureati che s’accontentano di fare un dottorato all’università per quattro euro perché c’è solo quello, così ci compriamo da mangiare, le sigarette, una macchina che finiremo di pagare tra dieci anni, consumando benzina cara come l’oro, respirando aria pesante come il piombo, vivendo con un tumore che cresce dentro come un figlio, che sarà l’unica certezza che avremo, l’unica famiglia, perché i genitori divorziano, le famiglie si sfasciano, i figli piangono bevono si drogano e collassano su un lurido marciapiede di periferia, con gli psicofarmaci in tasca, con la rabbia nella testa, senza un dio che li guardi, senza un mondo da dare a figli per cui lottare, perché “loro non devono passare quello che ho passato io”

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Nuovo libro in arrivo

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Cosa succede se l’inizio si rivela essere la fine, se la fine è solo l’inizio, se tutto il mondo che credevi essere vero si dimostra una mera scenografia di un teatro in cui sei l’unico attore di una commedia tragicomica chiamata vita, in cui anche la morte sembra essere una finzione?

Cosa succede quando il tuo mondo grigio fatto di traffico, strisce pedonali, pubblicità e televisioni che dettano le regole di un’esistenza fatta di certezze, viene attraversato dal sospetto che forse tutto esiste solo dentro di te, e che forse tu non esisti davvero in questo mondo?

La storia quasi vera di un uomo qualunque in una qualunque città senza tempo, che si ritrova a vagare nelle proprie psicosi, fobie e visionari sospetti, isolato in un mondo interiore il cui unico colore è il biondo dei capelli di una sconosciuta, unica vera interlocutrice di un’esistenza silenziosa, che condurrà all’urgenza di rovesciare il corso di una vita mai vissuta veramente, tingendo la logica di allucinazioni colorate, capaci di tracciare il percorso che scivola verso una fine che sa di inizio, un inizio che sembra fine, riportando tutto a zero.

‘A rena

Sole a picco sullo scoglio. Patelle che si spintonano per la conquista del territorio.
La guerra non ha confini evolutivi.

Castelli di sabbia torreggiano su bambini che scavano nella rena.
Lavoro minorile per l’erosione delle coste.

Pattuglie di vùcumprà vegliano sugli allori; flotte di natanti a pedali sorvegliano i pedanti natali.
Come porti i capelli bella ronda, con la fionda in mezzo ai man.

Afferra agosto, perle, palle e state al mare.
Tutti in spiaggia a mostrar l’errante andare.

Sole, creme ed ombrellini, mamme arrosto e babbi pelati.
Come sceme al forno coi bambini, in questo agosto da malati.

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Mondo cane!

Chi l’ha detto che l’uomo è la specie dominante?

Osservo un bambino che gioca con un cane, giù in giardino; guardo e penso a come vive quel cane, a come vivono tutti i cani di tutti i bambini: i cani dormono, mangiano, abbaiano, giocano, dormono di nuovo e poi rimangiano, riabbaiano, rigiocano e ridormono. Insomma, i cani oziano.

E se fossero loro la vera specie dominante? Una specie talmente intelligente da decidere di sfruttare una specie più stupida per il proprio sostentamento, per garantirsi una vita da mantenuti, una vita da cani…

Mi si potrebbe obiettare che esistono molti cani che fanno una pessima vita, che soffrono la fame. Beh, e dov’è la differenza con l’uomo?…

È mediamente considerato giusto essere amanti degli animali, quindi chi non può dimostrare diversamente di essere nel giusto, si prende un cane, come manifestazione della propria zoofilia.

Non importa se non ha un giardino, se vive in un monolocale o se non ha mai visto la campagna e mai la vedrà: chi vuole essere accettato come giusto e normale, si prende un cane.

Accade così che molti bambini sperimentano la gioia della natura, rappresentata da un pelosissimo e deforme discendente del lupo, giocano con lui, lo amano, e poi lo dimenticano, proprio come l’elicottero di Big-Jim, ormai superato dal catamarano di John Cena (uno di quei superpalestrati che fingono di fare a botte su di un ring, mimando uno pseudo sport chiamato Wrestling).

Ci sono poi i giovani alla moda, quella che se non hai un Carlino, non sei un tipo cool; che se poi vuoi fare l’alternativo ti fai i rasta, tiri la camicia fuori dai pantaloni e ti chiamano punkabbestia, così ti prendi un Pitbull e lo tieni legato ad una corda grezza, mentre stai seduto sui gradini di un palazzo in centro. Chi ha problemi a trovarsi una donna punta ai cuccioli; no, non parlo di pedofilia, ma mi riferisco ai cuccioli di cane, con i loro grandi occhi, testa sproporzionatamente grande, e grandi zampe: tutti superstimoli che hanno un sicuro effetto sulle donne; infatti, camminando per strada col piccolo cane, verrai sicuramente fermato da orde di femmine che sibileranno frasi tipo –Ma che bellino questo cucciolino di cagnolino!-, e prima o poi qualcuna ti chiederà il numero di telefono, perché se hai un cucciolo significa che sei un tipo dolce, con la propensione alle cure parentali.

Il cane è il migliore amico dell’uomo: ce n’è sempre uno in tinta col suo stile.

Tra tutti gli animali domestici, il cane è forse quello che ha subìto più selezione; esistono cani di ogni tipo e per ogni funzione, dalle più nobili alle più vili.

C’è quello universale, buono a tutto e buono con tutti: il Rin Tin Tin o il commissario Rex della celluloide, quello predisposto alla displasia delle anche, che da vecchio non si regge più sulle zampe e bisogna sopprimerlo.

C’è quello che molti si ostinano a chiamare Lassie, quello che torna sempre a casa, ma solo nei film, così finisce in canile e poi bisogna sopprimerlo.

C’è quello che, secondo una leggenda metropolitana, impazzisce invecchiando, perché ha il cervello che cresce più del cranio, così deve essere soppresso.

Poi ci sono i cani cattivi, quelli creati per combattere: ottanta chili di muscoli che ogni tanto si mangiano un bambino in qualche parco; soppressi anche loro.

Ma non vanno dimenticate tutte le razze create per vezzo, quelle che rispondono a criteri puramente estetici, spesso brutti e deformi se paragonati al lontano parente selvatico: piccoli e senza pelo; piccoli e col pelo lunghissimo, che bisogna raccoglierlo in ciuffetti perché sennò nemmeno ci vedono; piccoli che puoi metterteli in tasca; col muso a punta; col muso schiacciato e che sbavano; col muso super schiacciato, ma così schiacciato che più che respirare rantolano; e tanti altri che, non presentando particolari problemi, non verranno soppressi, ma la cui carenza d’ingegno guiderà in mezzo ad una strada, diventando uno dei tanti manifesti alla stupidità dell’uomo, spiaccicati sull’asfalto.

Dimmi che cane hai e ti dirò chi sei.

Se non sai come colmare la carenza di affetto cronica, tipica delle grandi comunità umane, ti prendi un cane.

Se tuo figlio strilla perché vuole giocare con qualcuno, ti prendi un cane.

E se non hai un figlio, ma tua moglie ne vuole uno…ti prendi un cane.

Il cane è il migliore amico dell’uomo: gli risolve un sacco di problemi.

IMALATIDIMENTE

Nessuno

Io ho un amico; lui è Nessuno.

Nessuno vive nel territorio di Nulla.

Nel Nulla tutti sono Nessuno, ma non è un problema; nel Nulla non c’è nessun problema.

Tutti i Nessuno di Nulla hanno un lavoro qualificato: tutti esperti di Niente.

Nel Nulla, Niente tiene occupati tutti; tutti i Nessuno.

La giornata di Nessuno comincia con una colazione veloce, molto veloce, soprattutto considerando che è fatta di Poco; nel Nulla non esistono tanti cibi: nel Nulla si mangia unicamente Poco.

Quando è ora, Nessuno va al lavoro: tutto il giorno a fare Niente.

Fare Niente è impegnativo e crea stanchezza e disagio sociale, quindi Nessuno, dopo il lavoro, si dedica al proprio passatempo preferito: la Tivù.

La Tivù è una manna per gli abitanti di Nulla: senza la Tivù, Nessuno si annoierebbe.

Vivere nel Nulla è una scelta, e Nessuno è felice.

Già il solo fatto d’essere bravo in Niente, rende Nessuno fiero di sé.

E poi c’è la Tivù…

È stato proprio grazie alla Tivù che io ho conosciuto Nessuno: me ne stavo seduto comodamente sul mio divano guardando la Tivù (perché la Tivù è ovunque, non solo nel Nulla), ed ho visto un programma che parlava del Nulla. Vedere il Nulla in Tivù, sentir parlare di Poco e di Niente, mi ha fatto venire voglia di conoscere Nessuno.

Così ho spedito una cartolina a Nessuno, ma siccome nel Nulla sono tutti Nessuno, il postino ha portato una cartolina ad ogni Nessuno del Nulla. Essì, infatti nel Nulla, esiste un solo indirizzo: via Qualunque n°0, Nulla.

Il vantaggio del Nulla, è che se conosci Nessuno allora conosci tutti; tutti i Nessuno del Nulla. Questo facilita molto la vita nel Nulla, e ne fa una comunità modello; infatti, quando succede qualcosa di grave, si può stare certi che è colpa di Nessuno, così si trova subito il colpevole, ovvero Nessuno.

Anche il fatto che Nessuno sia impiegato in Niente è un vantaggio, perché Nessuno fa Niente, quindi il problema del lavoro non esiste.

Nel Nulla non esistono i problemi che ci sono nel resto del mondo; per esempio, la fame nel Nulla è stata sconfitta con Poco; siccome nel Nulla Nessuno mangia Poco, e nel Nulla c’è abbastanza Poco per Nessuno, allora il problema della fame non esiste.

Nemmeno la guerra è un problema nel Nulla: infatti, nel Nulla, nessuno odia Nessuno, anche se Nessuno ama nessuno; in ogni caso, anche se nel Nulla scoppiasse una guerra, Nessuno sparerebbe a Nessuno, e Nessuno rimarrebbe ferito… Ma questo accadrebbe nel Nulla, quindi sarebbe un problema di Nessuno.

Insomma, vivere nel Nulla è una pacchia: si mangia Poco, ci si dedica a Niente e si è Nessuno.

Vivere nel Nulla è una scelta che Nessuno ha fatto, ed è tutto merito della Tivù.

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Un iverso in finito

Cosa sarebbe accaduto se avessi fatto quella cosa, se avessi detto quella frase, se avessi salutato quella persona, attraversato quella strada, aperto quella porta, mangiato quella peperonata?

Inciampo quasi per caso nell’Interpretazione a molti mondi, ovvero una cosa della fisica quantistica, e quindi uno di quei concetti che ai più risulta di un’utilità pari al far correre un cane in un percorso ad ostacoli.

Mi faccio una ricerca veloce per capirne di più, ma ben presto devo fare i conti con l’interpretazione di Copenhagen, il collasso quantistico, l’equazione di Schrödinger, la decoerenza quantistica, ed un sacco di altre cose difficili da spiegare ma di grande effetto se sei a cena con una bionda.

Per dirla in poche e semplici parole, la teoria dei molti mondi dice che esistono infiniti universi paralleli, in cui vivono infinite copie di noi stessi, che vivono infinite versioni di una vita che si differenzia per le scelte fatte e per le conseguenti conseguenze. Chiaro no?

Prendo l’ombrello ed esco. Perché l’ombrello? Perché non si può sapere se in questo universo oggi pioverà.

Arrivo alle strisce pedonali e mi fermo; decido di fare una prova: faccio due passi indietro e mi siedo sul muretto di cinta, ed osservo; un mio alterego è ancora in piedi davanti alle strisce pedonali che pensa: l’universo ha iniziato a ramificarsi nei molti mondi. Decido di attraversare: mentre un me stesso rimane fermo a pensare, un altro me stesso attraversa sulle strisce; fischio di gomme, frenata: il me stesso che sta attraversando, fa un balzo indietro e schiva la macchina, mentre un altro me stesso non fa in tempo e viene steso; tutto sotto gli occhi del me stesso rimasto fermo a pensare, e sotto i miei, che mi sono seduto sul muretto ad osservare.

Questo è un piccolo esempio di molti mondi generati dall’infinita ramificazione dell’universo.

Suppongo che se potessi vedere la sovrapposizione di tutti gli universi, vedrei un mondo affollato di infiniti me stessi che farebbero infinite cose con infiniti altri sé stessi.

Tutto ciò è troppo infinitamente infinito per me; almeno per il me stesso di questo universo.

Ora che ci sono tutti questi “me stessi”, devo fare qualcosa per riaffermarmi come entità originale, l’unico, il vero, l’irripetibile; mentre cerco una soluzione compatibile con ogni infinito universo, ecco che dal vicino albero si stacca un grosso ramo cha cade sugli altri due “me stessi”. Soluzione inattesa ma provvidenziale; beata fisica newtoniana: semplice e diretta.

Pieno della mia unicità e soddisfatto dell’esperimento quantistico, stacco il culo dal muretto e me ne ritorno verso casa, senza ombrello, perché non credo proprio che oggi pioverà; almeno non in questo universo.

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Fuori c’è il sole.

Dentro no. Accendo la luce.

Cassonetti appiccicosi. Traffico. Cartelloni pubblicitari. Pedoni indifferenti nell’indifferenza dei pedoni. E sole. Ma freddo. Di febbraio. L’occhio forza una finestra; è violazione di proprietà privata se guardo in una casa dalla finestra? È violazione della privacy? È una violazione?

Salotto con tivù. Nella tivù qualcosa tipo il Grande Fratello. Sul divano la piccola sorella. Lei lo guarda. È una violazione?

Sul tetto c’è l’antenna e sull’antenna c’è un piccione e sul piccione…sul piccione non c’è niente. Il Grande Fratello arriva alla piccola sorella attraverso un piccione…

Che mondo di merda; c’è così tanta roba di cui lamentarsi che non ci si può più nemmeno lamentare. Questa è una violazione.

Al supermercato compro le merendine; quando hanno smesso di mettere le sorprese nelle merendine? La mia generazione è cresciuta con le sorprese delle merendine… E si vede.

Sulla parete di un grande palazzo c’è una grande pubblicità; non mi sono mai piaciute molto le pubblicità, quindi giro pagina e passo al palazzo successivo. Erano più comodi i giornali di carta.

Semaforo rosso. Macchina bianca, macchina blu, taxi, furgone bianco, scooter, taxi, scooter, scooter, taxi dietro lo scooter, macchina rossa, scooter, taxi sullo scooter. Ambulanza.

Dove andremo a finire? Pronto? Pron…mi senti? Ho detto: dove andremo a finire? Pronto? Pronto?!…

Batteria scarica. Ho finito il credito. Ti mando un messaggino. No, fammi uno squillo. Ti mando un fax. Un fax?! No, mandami una mail. Ti chiedo l’amicizia su Feisbuc. Su che?! Ok, ti mando un messaggino. Sì, ma prima fammi uno squillo. Come hai detto che ti chiami?…

Il sole cala. Il piccione è sempre sull’antenna. Il Grande Fratello è ancora in tivù. Le sorprese non sono più nelle merendine. Le pubblicità sono sui muri e gli scooter sono all’ospedale. E non ci si può lamentare di nulla, perché c’è un sacco di roba di cui lamentarsi.

Spengo la luce.

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