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Nessuno – Prefazione

Sono una persona qualunque, uno dei tanti che s’affacciano al mondo strillando ad un medico che gli schiaffeggia il culo. Sono uno che vive la propria giornata particolare in un mondo normale, e che, alla fine di ogni giorno, muore.

All’inizio la cosa è sembrata strana, assurda, illegale, oltraggiosa, paurosa; ma poi ho capito che è inevitabile e, la Morte m’è testimone, dannatamente quotidiana.

Non essendo certo di poter vivere un prossimo giorno, ho deciso di scrivere le mie avventure, di raccontare la mia storia, in questi giorni lunghi una vita.

Il mio nome è Nessuno. E queste sono le mie vite.

Continua…

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Metri quadrati di libri. Intere pareti coperte da carta stampata e parole al calduccio sotto le proprie copertine. Sciami di distratte figure ciondolanti sbirciano tra i colori; qualcuno allunga persino una mano.

Codici a barre, titoli accattivanti, formati tascabili, categorie ben definite. Tutto in ordine.

“Devi considerare che la gente legge per distrarsi.”

La scuola dell’obbligo assume una nuova ed inedita dimensione di svago…

Contrariamente alla consuetudine, entro in libreria per portare un libro. Dalla considerazione ricevuta deduco che se al libraio avessi portato una merda di cavallo fumante, sarebbe stato uguale.

E poi ci si interroga sull’origine della vacuità di questo mondo…

ps: mi hanno chiesto un compromesso, ma vedo che la libreria ne è già affollata…

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Ersättning

C’è più luce del solito, non è la solita notte, niente come prima, almeno nell’apparenza, come se fosse cambiato qualcosa, davvero, ma forse è solo illusione. Sento di non essere solo, sento che il mio tempo non è più solo mio, sento, sento… No, non è la stessa cosa, io sono io, ma ora è diverso, anni passati a cercare qualcosa, ma cosa?… Un bicchiere vuoto non ha la risposta, una stanza piena nemmeno… Eppure sembrava ciò che cercavo… Ma forse sbaglio nella visione, nella lettura delle cose, che magari non cercavo quello in sé, forse il contenuto, il risultato, il succo del tutto che cola dal tempo che passa alle mie spalle, mentre scrivo, faccio, penso, non dico… Numeri su carta, carta sul tavolo, tavoli nella stanza e stanze prima troppo vuote e poi troppo piene… Difficile vivere il cambiamento… Se volto lo sguardo vedo ciò che è stato e che è, in un tempo presente, tutto insieme, come a volermi dire montagne di verità che ignoro da troppo tempo, nella mia ostentata sicura comprensione…Errore!

Continuo a non capire, ovviamente, mentre scrivo, ma il bello dell’incomprensione è la sorpresa della successiva comprensione che arriverà, riempiendo vuoti mai considerati tali.

Certezze da pagare, null’altro…

Conclusione: un nuovo mobile svedese economico non cambia la vita…

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Da un altro mondo

Viviamo in un mondo complesso, fatto di cose quotidiane e particolari straordinari, zeppo di cose che sfuggono, veloce come l’acqua dello sciacquone, apparentemente immobile ed inerte come un cactus sotto il sole.
Se venissi da un altro mondo, se questo mondo ti fosse sconosciuto, se lo vedessi con occhi estranei, cosa penseresti? Cosa racconteresti al tuo ritorno? Cosa ti porteresti via e cosa cambieresti? Se la tua mente fosse un altro mondo, quanto ti sentiresti alieno?

Figlianza

Urge coscienza del fatto che la riproduzione è lo scopo ultimo.

Scopo non a caso (scelta del fine che giustifica l’atto).

Figli: prolungamento temporale in forma treddì di noistessi; la solita illusione che sia possibile fottere la morte è dietro l’angolo. D’altro canto, fottere la morte non produrrebbe risultati vitali.

Repulsione diffusa e dilagante verso progenie e giocattoli sparsi per casa, ma alla fine tutti si trovano a fare i conti con la data di scadenza, la propria, quella che imprime moto rotativo ondulante al pensiero che “fare figli forse non è poi tanto male”. Autoconvincimento per la continuità della specie. Chi non ci casca sarà selezionato all’atto del trapasso (in compenso potrà spendere tutti i propri risparmi senza preoccuparsi di lasciare un’eredità).

I figli sono il diminutivo di noistessi.

Ed io odio i diminutivi!

Malgrado tutto ciò, la vita continua, nella sua assurda ed inaspettata manifestazione umana, tra blogger che minacciano di figliare, e lettori di blogger che figliano e basta.

I più convinti oppositori si faranno un nodo alle gonadi; poi, un giorno sentiranno dire che, secondo i Maya, il mondo finirà nel 2012…E vuoi che davanti alla prospettiva di un domani inesistente pieno di assenza di conseguenze, non si facciano una bella scopata?!

Viviamo tutti nell’attesa di vedere la loro faccia a capodanno 2013…

Saluti e gameti per tutti!

*: da uno scambio con SunOfYork

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Volevamo un mondo diverso

E vaglielo a spiegare al mondo dei “grandi” che noi si vive diverso perché sono altri tempi, perché non c’è più il dopoguerra con la fame e la miseria, non c’è più il boom economico che si fanno due lavori per quattro lire da mettere da parte, così poi ti compri la macchina, la casa, ti fai la famiglia, ti sistemi per la vita in attesa del riposo e la pensione, per i figli, per un mondo migliore, perché “loro non devono passare quello che ho passato io”

E vaglielo a spiegare al mondo dei “grandi” che noi viviamo in un modo diverso perché abbiamo un diverso mondo, perché la guerra c’è tutti i giorni, nelle strade, al lavoro, in tivù, sui giornali, nelle case, nella testa e nelle mani, che il boom economico s’è consumato come una candela, e adesso che tutti abbiamo studiato “per avere più possibilità”, ci ritroviamo a lavorare nei call center, a fare i camerieri, i saldatori, i maledetti disoccupatilaureati che s’accontentano di fare un dottorato all’università per quattro euro perché c’è solo quello, così ci compriamo da mangiare, le sigarette, una macchina che finiremo di pagare tra dieci anni, consumando benzina cara come l’oro, respirando aria pesante come il piombo, vivendo con un tumore che cresce dentro come un figlio, che sarà l’unica certezza che avremo, l’unica famiglia, perché i genitori divorziano, le famiglie si sfasciano, i figli piangono bevono si drogano e collassano su un lurido marciapiede di periferia, con gli psicofarmaci in tasca, con la rabbia nella testa, senza un dio che li guardi, senza un mondo da dare a figli per cui lottare, perché “loro non devono passare quello che ho passato io”

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Oggi sono strano

C’era una volta, ed ora non c’è più; c’era una volta ed ora c’è una colonna; la colonna sonora di una volta che non c’è più s’è persa nel buio di una stanza mortuaria senza morto.

Chi sei tu? Chi sono io?

Intolleranza agli sconosciuti che si ripercuote per punizione più e più volte.

Dammi uno schiaffo.

No.

Tilt…

Siamo in vicolo cieco che non sa dove va.

Odio la psicanalisi; se ci riprovi rinfodero la pazienza e scrivo un nuovo finale…

ps: odio quelli che credono d’aver capito!

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La cameriera sceglie i suoi passi come un gatto sul filo per stendere la biancheria, in bilico tra palazzi tesi verso il cielo e precipitati sull’asfalto di una città assordata dal silenzio di parole sciolte dal guinzaglio del pensiero, in continuo pericolo di caduta imminente, come la pioggia di Maggio.
La cameriera scivola tra i clienti come uno sguardo in cerca di un bersaglio, puntando la fine del percorso con inarrestabile determinazione, coi capelli agitati dal vento di un cielo che sfugge lontano, in alto, mentre lei cade in un salto, seguendo il percorso scelto dal suo sguardo che scivola tra i clienti.
E quando arriva mi regala felicità in pillole, ricordandomi che tutto ha un prezzo…

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Nuovo libro in arrivo

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Cosa succede se l’inizio si rivela essere la fine, se la fine è solo l’inizio, se tutto il mondo che credevi essere vero si dimostra una mera scenografia di un teatro in cui sei l’unico attore di una commedia tragicomica chiamata vita, in cui anche la morte sembra essere una finzione?

Cosa succede quando il tuo mondo grigio fatto di traffico, strisce pedonali, pubblicità e televisioni che dettano le regole di un’esistenza fatta di certezze, viene attraversato dal sospetto che forse tutto esiste solo dentro di te, e che forse tu non esisti davvero in questo mondo?

La storia quasi vera di un uomo qualunque in una qualunque città senza tempo, che si ritrova a vagare nelle proprie psicosi, fobie e visionari sospetti, isolato in un mondo interiore il cui unico colore è il biondo dei capelli di una sconosciuta, unica vera interlocutrice di un’esistenza silenziosa, che condurrà all’urgenza di rovesciare il corso di una vita mai vissuta veramente, tingendo la logica di allucinazioni colorate, capaci di tracciare il percorso che scivola verso una fine che sa di inizio, un inizio che sembra fine, riportando tutto a zero.

E giunse l’ora

Una volta ho fatto la comunione.

L’unica cosa che ricordo di quel giorno è un orologio. E’ stato il mio primo orologio in assoluto, regalatomi dai genitori, scelto tra tanti, digitale perché erano gli anni ottanta, e la modernità incombeva ed attirava.

Ricordo ancora la mezz’ora passata con mia madre nel negozio di paese, proprio nella piazza centrale, con gli occhi che scivolavano lungo cinturini e quadranti, selezionando quelli che più mi piacevano. Ovviamente i più costosi erano già stati accantonati, poiché il risparmio è sempre stato un pregio ed un vanto del nostro stile di vita.

Grigio, d’acciaio, e con suoneria e cronometro…

Ha segnato il tempo di molti anni, fino a quando si è spento: niente più numeri, niente più tempo.

Ancora oggi il mio primo orologio segna il polso ma non le ore, generando sorrisi in chi mi chiede per quale motivo continuo a portarlo, buffamente inutile, ma costantemente presente, misura di un tempo che non c’è più.

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